Chi è il mendicante che vive dentro di te?

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Chi è il mendicante che vive dentro di te?

Il mendicante, a volte o forse troppo spesso, siamo noi.

Il mendicante è colui che mendica, che ha bisogno assolutamente di qualcosa poiché senza non potrebbe vivere. Il mendicante è colui che accetta i compromessi pur di continuare a servirsi di una situazione di comodo anche se lo sta logorando, imprigionando e privando dell’opportunità di vivere appieno la propria vita.

Siamo mendicanti quando perpetriamo un suicidio interiore, un atto così nascosto e folle che ci rende dipendenti da qualcosa, nel costante timore di perderla per poi ritrovarci soli e incompresi.

Il mendicante, molto spesso, siamo noi.

La vita diventa ciò che pensiamo. E ciò che pensiamo è una collezione di cose in cui crediamo, di cui siamo assolutamente sicuri o quasi. E’ un pattern, una specie di programma biologico con il quale, come ogni altra specie, costruiamo un sistema di interazioni che prende il nome di società.

Le famiglie sono delle società.

Società di persone. E le persone usano dei mezzi, prendono decisioni in base a delle costanti, e nel percorso della loro vita costruiscono idee non-originali.

Un giorno ero a un corso di Reiki dove un maestro di Yoga ci chiese quale fosse, secondo noi, la causa di tutti i mali.

Abbiamo provato a rispondere. Io alzai la mano e dissi: “Le aspettative.”

Lui dondolò la testa, facendomi capire che ci ero arrivato vicino, ma che non era la causa principale.

Poi rispose per noi. Disse: “La causa di tutti i mali è l’ignoranza.” Dall’ignoranza si generano le paure. Dalle paure crescono le aspettative. Le aspettative producono l’ansia, e dall’ansia viene lo stress, l’ossessione che a sua volta sfocia nella violenza e così via.

Non ho mai dimenticato quella lezione, anche se poi ho fatto davvero fatica a comprendere appieno quelle informazioni. Le avevo, avevo ottenuto verità straordinarie, eppure dopo l’eccitazione e l’indottrinamento, sono tornato alle aspettative, alle paure etc.

Perchè sai, funziona così: c’è una distanza profonda tra l’informazione e la consapevolezza.

L’informazione è un oggetto che può essere usato dalla nostra mente a piacimento, a seconda del nostro umore, magari per difenderci o farci notare. Ogni giorno siamo invasi di informazioni, e a volte le usiamo contro gli altri, sia in positivo che in negativo.

Ma l’informazione, anche di una verità profonda, da sola non è abbastanza forte da cambiare la persona che l’ha acquisita. E’ quando Essa diviene consapevolezza che tutto cambia. Nella Consapevolezza non ci sono scuse, la consapevolezza ci apre gli occhi, ed è una cosa ben diversa dalla mera conoscenza di qualcosa.

Guardate che cosa è accaduto, e che cosa accade ancora, nel mondo: sebbene siamo immersi nella conoscenza (che definiamo attraverso la “constatazione” del progresso) e da una miriade sconfinata di informazioni, viviamo in una società profondamente in conflitto e violenta.

A cosa serve accumulare conoscenza, se diviene un puro gioco di ruoli, dove io sono più capace di te o più intelligente, e dove continuiamo a ricoprire ruoli o cariche gerarchiche perché abbiamo studiato, se poi non usiamo il potere della conoscenza per scopi più elevati? Come giustifichiamo il fatto che viviamo in una società che crede di sapere e non è in grado di garantire il nostro benessere?

Un altro maestro mi ha insegnato: la persona più intelligente è colui che rispetta l’ambiente.

Comprendi, dunque, quanti modi abbiamo per definire qualcosa?

Osho parlava di Zorba il Buddha. Mi sono fatto subito un’idea di ciò che (pensavo) volesse dire. Osho meditava all’interno delle limousine che alcuni ricchi occidentali gli regalarono. Aveva gioielli e orologi costosi che indossava anche durante le conferenze. Ecco, anche se non ho mai letto molto in merito alla sua definizione di Zorba il Buddha, mi è bastato osservarlo, e osservandolo ho compreso il suo più profondo significato. Zorba il Buddha siamo noi, coloro che vogliono essere saggi e fare una vita da benestanti fregandosene delle conseguenze. Avere dunque i lussi della ricchezza (Zorba) ed essere dei maestri di vita (il Buddha).

Il problema di Zorba il Buddha è che gli manca la consapevolezza. Ha le informazioni, e le userà esclusivamente per innalzarsi sugli altri. Non ci sarebbe nulla di male nel vivere nell’abbondanza consapevolmente, ma non siamo capaci di farlo perché conosciamo la definizione e non la chiara visione di ciò che realmente significa essere uno Zorba il Buddha.

Osho, naturalmente, non voleva questo. Disse che le sue parole sarebbero state comprese tra duecento anni. Sebbene abbia fatto una vita controversa, e qualcuno lo ignora a causa delle cose che ha sentito dire sul suo conto, è stato comunque un grande filosofo e maestro. Ha saputo vedere a fondo più di chiunque altro, e questo gli è costato caro. Mi è stato raccontato che è successa la stessa cosa al maestro spirituale Srila Prabhupada, fondatore di ISKON (Associazione Internazionale per la Coscienza di Krishna) e divulgatore della dottrina di Krishna: il Bhakti Yoga. Dopo la sua morte, le persone che pensavano di sapere, avendo ricevuto da Lui la conoscenza (dunque delle informazioni), hanno tradito, creato disordine e divisione all’interno dell’Associazione, il cui unico scopo era portare consapevolezza e amore nel mondo attraverso la figura affascinante di Krishna.

E’ questo il problema di chi non ha compreso le informazioni che ha ricevuto e non è riuscito a trasformarle in consapevolezza: è diventato/a un’arma, non il mezzo. Osho e Srila Prabhupada erano un mezzo, poiché vivevano di pura consapevolezza.

Immagina le informazioni come proiettili. Immagina invece la consapevolezza come un seme. Sembrano due oggetti simili, perché sono di piccole dimensioni e vanno inserite in qualcosa: il proiettile in una pistola e il seme nella terra. Ma ciò che producono, è molto differente.

La consapevolezza è pura crescita.

L’informazione, resterà sempre e solo un’arma da usare per qualche scopo, e spesso non è uno scopo nobile.

Gli antichi cinesi dicevano: la teoria senza la praticano serve a poco. Ma la pratica senza la teoria è pericolosa.

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Come ho capito questo?

Guardandomi intorno e poi portando quello sguardo internamente.

Tra i 20 e i 26 anni di età, avevo letto di tutto, in particolare libri di maestri spirituali da Osho a Aurobindo, da Napoleon Hill a Antony Robbins o Dale Carnegie, etc. Eppure, per quante informazioni avessi recepito e pensassi di sapere molto sulla vita, ero costantemente depresso, insicuro e scostante.

Capii presto che anche io ero un mendicante.

Mendicavo l’amore degli altri. Inconsciamente accettavo i compromessi nelle relazioni che creavo con amici o amori, tanto che ogni mio gesto era una richiesta di amore.

“Ti prego, amami”. “Ti prego, non lasciarmi”. “Se mi lasci, io sono perduto.” “Ti prego, non abbandonarmi.” “Non lasciarmi da solo.” “Sii mio amico.” “Amami.” “Non posso vivere senza di te.” “Non tradirmi.” Etc…

Osho diceva che in amore bisogna essere degli Imperatori. Se analizziamo la frase decontestualizzandola, ne resta un concetto terribile, poiché di solito gli Imperatori imperano, schiavizzano, creano delle situazioni di dipendenza. Eppure, anche gli imperatori dipendono da qualcos’altro, non potrebbero esistere senza un popolo e le sue offerte. Tuttavia, ho compreso subito ciò che Osho cercava di dire: Gli imperatori un tempo, erano coloro che governavano con saggezza e facevano in modo che l’impero germogliasse attraverso la consapevolezza e il benessere. Nell’antica India, i Re Vedici, rispettavano la natura, non ammettevano nemmeno l’abbattimento di un albero o l’uccisione di un animale se non per una buona ragione, che significava una necessità senza altre alternative.

In amore sii un imperatore, ovvero: permetti la crescita e l’abbondanza. Permetti in amore la prosperità. Un imperatore non ha bisogno di mendicare. Questo è il punto. Il suo amore è puro e totale, è virtuoso, e non potrebbe mai volere il male di qualcun altro.

Oggi, sebbene con la crisi ambientale, il meccanismo di distruzione degli habitat naturali non si è ancora arrestato. Dunque, c’è una fitta differenza tra chi ci governa oggi e questi leggendari Re descritti nei veda o le storie Taoiste.

Come mai?

Manca la consapevolezza. Sappiamo che stiamo danneggiando qualcosa che ci dona la vita (quindi, abbiamo l’informazione, e abbiamo l’informazione perché ce lo hanno detto gli scienziati, i dottori etc.), ma non ne siamo abbastanza consapevoli da cambiare questa malsana tendenza.

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Ecco il primo comandamento in amore, che sia una relazione con l’altro sesso (dal fidanzamento al matrimonio) o altri tipi di rapporti interpersonali: Non mendicare. 

Non pensare mai che la tua vita sia finita senza quel partner o amico o alleanza.

Secondo comandamento: Non mentire a te stesso. E questo significa, ai fini di trasformare l’informazione in consapevolezza, ammettere a se stessi di essere schiavi di una situazione (o più), di star accettando compromessi svantaggiosi per la propria libertà e crescita, etc. Ammetterlo è un primo passo, e accorcerà la distanza tra l’Informazione e la consapevolezza di chi siamo. E scoprire chi siamo profondamente, ci porterà dall’ignoranza alla consapevolezza.

Terzo comandamento: Sii sincero. La Terza C è la naturale estensione della Seconda C, e di conseguenza della Prima C di cui abbiamo detto essere non mendicare.

Mendicare significa farci del male. Significa non sviluppare il proprio potenziale e lasciare che sia qualcun altro a guidare la tua vita.

Osho diceva che è meglio vivere immersi nella propria oscurità che nella luce riflessa (e illusoria) di qualcun altro. Ricorda che solo la luce di un autentico maestro spirituale è in grado di guidarci, poiché il guru è lì per permetterci di splendere di un fuoco che sarà solo nostro. Se mendicheremo l’amore e l’amicizia, delegheremo a qualcun altro il compito di illuminarci. Osho, però, metteva in guardia su questo, e sottolineava che per quanto assurdo possa essere, e se non si ha la fortuna di incontrare un maestro autentico, è molto meglio la nostra oscurità che l’illusione di un’altra.

L’essere umano ha incredibili risorse dentro di sé, e lo ha dimostrato nel corso della sua storia. Tu hai le stesse incredibili risorse di cui parlo, e con esse puoi splendere senza dover brillare di luce riflessa o essere oscurato dall’ombra di qualcun altro.

Se grandi personalità come Galileo Galilei, Gandhi, Srila Prabhupada, Giovanna d’Arco e moltissima altri, avessero accettato i compromessi imposti dalle società in cui vivevano (o che stavano affrontando), se avessero mendicato e non avessero combattuto facendo brillare la loro propria luce, oggi penseremmo che la terra è il centro del sistema solare, che non sia possibile realizzare grandi imprese, che la vita è una condanna tra l’inferno e il paradiso, che siamo nati nel peccato, che la dottrina di uno è più importante di quella di qualcun altro, etc.

Il vero progresso deriva da coloro che non hanno accettato i compromessi, e hanno trasformato le informazioni delle verità che ricevevano nel loro mondo pre-esistente, in consapevolezza. E la Consapevolezza, credimi, cambia tutto.

Chi è dunque il mendicante che vive dentro di te?

E’ un lato di noi insicuro, scostante, depresso, sempre in lotta tra il posso e il non posso, tra tento o non tento, che si punisce, che si lascia demoralizzare e incolpare; è colui o colei che ha bisogno di essere accettato dagli altri e non ha il coraggio di mostrarsi per quello che è, poiché l’approvazione è più importante dell’essenza. Il mendicante è un programma, una prigione, un lago di sangue e una malattia che tappa il respiro.

Viviamo nel limite del limite, dentro i confini degli stati e delle ideologie, non abbiamo bisogno di vivere nei limiti di chi vuole limitarci all’interno di relazioni malate alimentando gelosie e ossessioni. Se ti guardi intorno attentamente, scoprirai che la vita è ben più delle piccole situazioni che ci tormentano e che le nostre insicurezza sono le insicurezza di tanti altri. Dai valore alla tua libertà, non mendicarla

Di Marcello Iori

La Strada per il Risveglio

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