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Gratitudine, trasformazione alchemica spirituale e Krishna – l’opera finale

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Gratitudine, trasformazione alchemica spirituale e Krishna – l’opera finale

L’opera finale

Qual è lo scopo della vita umana, cosa siamo venuti a fare qui?

Per rispondere a questa domanda preferisco riportare le testuali parole dell’ Acharya per eccellenza A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada: ”Il Vedanta-sutra (1.1.1) afferma, athato brahma jijnasa – Ora si dovrebbe indagare su Brahman – la verità assoluta, la natura trascendentale e spirituale”.

Srimad Bhagavatam. Canto 4, capitolo 25, testo 5, testo 26.

Il primo aforisma del Vedanta-sutra è athato brahma jijnasa. Nella forma di vita umana si dovrebbero porre molte domande a se stessi e alla propria intelligenza. Nelle varie forme di vita inferiori a quella umana l’intelligenza non va oltre le necessità primarie della vita: mangiare, dormire, accoppiarsi e difendersi. Cani, gatti e tigri sono sempre impegnati a trovare qualcosa da mangiare o un posto dove dormire, a difendersi e ad avere rapporti sessuali con successo. Nella forma di vita umana, invece, uno dovrebbe essere abbastanza intelligente da chiedersi che cos’è, perché è venuto al mondo, qual è il suo dovere, chi è il controllore supremo, qual è la differenza tra la materia spenta e l’entità vivente, ecc. Le domande sono tante e chi è intelligente dovrebbe semplicemente informarsi sulla fonte suprema di tutto: athato brahma jijnasa.”

 

Quindi qual è questo grande progetto, questa grande opera a cui ogni essere vivente è chiamato a compiere?

In quanto esseri spiriituali temporaneamente incarnati in corpi materiali, il nostro compito secondo le tradizioni esoteriche di tutto il mondo, è quello di risvegliare la coscienza alla propria vera identità spirituale, ovvero attraverso un impegno costante che può durare anche per svariate vite, percorrere un’autentica pratica spirituale che lo porti a risvegliarsi in uno stato non ordinario di coscienza (coscienza di Krishna, o del Cristo se preferite, oppure del Boddhisatva etc).

Per fare piu chiarezza, vi propongo un esempio di cosa intendiamo per stato non ordinario di coscienza, cioè come la percezione possa essere diversa in base al proprio stato di coscienza.

Prendiamo in esame il concetto di gratitudine.

L’uomo ordinario, cioè quella persona che non ha mai fatto alcun lavoro spirituale su se stesso, prova la gratitudine a livello bidimensionale, cioè solo se qualcuno fa qualcosa per lui, come un favore o un regalo. Tuttavia, se gli viene inflitto un torto, viene tradito o ostacolato, non prova gratitudine e potrebbe addirittura nutrire odio o risentimento verso chi gli ha procurato un danno.

Ora consideriamo una persona che ha ampliato il proprio livello di consapevolezza.

Egli proverà gratitudine anche verso coloro che non hanno soddisfatto le sue aspettative. Questo perché il suo pensiero e la sua percezione sono capaci di superare le barriere della mente egoica, consentendogli di apprezzare l’importanza delle situazioni e delle vicende negative. Infatti, egli è consapevole che grazie a queste situazioni, la sua esperienza e la sua consapevolezza crescono e si espandono.

Quante volte abbiamo visto persone cambiare proprio grazie a tale processo di crescita interiore, che spesso è scaturito da situazioni tragiche o gravi malattie.

Ci sono poi livelli di consapevolezza che si espandono ulteriormente, in cui la gratitudine viene percepita come sostanza interiore, facente parte integrante della propria essenza e quindi che viene emanata da dentro a fuori.

Per citare le parole stesse del maestro Federico Cimaroli: “La gratitudine presente in me guarda il mondo“. Per saperne di più, vi invito a guardare il seguente video Imbec**le! TU NON SEI QUELLO – Federico Cimaroli + Nisargadatta – YouTube

Questo stato di percezione della gratitudine è tipico delle anime realizzate e lo possiede chi ha portato a termine il percorso di risveglio interiore. Egli ha cosi completato la costruzione di quello che viene definito in alchimia e magia “il corpo di gloria” o “corpo casuale”. Nella Bhagavad Gita, Krishna, che rappresenta il Sé superiore, spiega ad Arjuna (che veste i panni dell’essere non risvegliato) quali sono i sintomi di una persona che ha raggiunto la realizzazione spirituale. Nel capitolo 7, versi 17-23, leggiamo:

Quando lo yogi giunge, con la pratica, a regolare le attività della mente e, libero da ogni desiderio materiale, raggiunge l’Assoluto, si dice che è situato nello Yoga. Maestro della mente, lo yogi rimane fermo nella sua meditazione sull’Essere Supremo, come una fiamma che, al riparo dal vento, non vacilla minimamente. L’essere conosce la perfezione dello yoga, samadhi, quando giunge, con la pratica, a sottrarre la mente ad ogni attività materiale. Allora, con la mente purificata, egli realizza la sua vera identità e gusta la gioia interiore. In questo stato sereno, egli gioisce, attraverso i suoi sensi purificati, di una felicità spirituale senza limiti. Raggiunta questa perfezione, l’anima comprende che non c’è nulla di piu prezioso e non si allontanerà piu dalla verità, ma vi dimorerà, imperturbabile, anche nelle peggiori difficoltà. Questa è la vera liberazione da tutte le sofferenze sorte dal contatto con la materia.”

Bhagavad gita
Testo sanscrito con saggio introduttivo e note di Sarvepalli Radhakrishnan. Traduzione con note e commentario di Icilio Vecchiotti.

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Ecco qui descritto il processo di trasformazione alchemica spirituale a cui ogni essere vivente intrappolato nell’illusione è chiamato a compiere. Liberandosi definitivamente da tutti quegli aspetti legati alla personalità egoica che lo trattiene e lo limita nella percezione, egli realizza il suo destino. In un certo senso, inizialmente entriamo in un grande gioco cosmico che si svolge sul piano materiale per acquisire temporaneamente un io egoico che ci permette di fare esperienza come esseri separati dalla sorgente divina creatrice e dalla creazione stessa.

Il progetto si porta a compimento quando l’essere spirituale, di sua spontanea volontà e in pieno libero arbitrio, decide, spesso dopo innumerevoli reincarnazioni, di risvegliarsi dal sonno ipnotico della sua coscienza, di spogliarsi delle maschere della personalità egoica e di riconoscersi e riunirsi al Sé superiore. Una volta risvegliato egli porta con sé il dono dell’amore universale, spontaneo ed  indipendente verso Dio e verso gli altri, un amore che, in un certo senso è potuto emergere nella sua forma più pura, in sanscrito questo amore viene definito con la parola “Prema”, proprio grazie alle esperienze limitanti, le sofferenze e dolori, fatte qui su questo piano esistenziale che definiamo materiale.


 

Riconosco che alcuni di noi potrebbero trovare difficile comprendere i concetti espressi in questi articoli, mentre per altri potrebbero sembrare ovvi, poiché sono pienamente integrati nella nostra coscienza o persino superati. Tuttavia, non era proprio di questo che stavamo parlando? Gli stati di consapevolezza possono variare notevolmente tra individui, ed è in base a questi stati che possiamo (o meno) comprendere certi significati spirituali.

In conclusione

Secondo i Veda, la forma umana è preziosa perché, a differenza di altre forme inferiori come quelle animali o vegetali, ha la capacità di comprendere la scienza dello spirito grazie a un’intelligenza che permette di conoscere e realizzare la propria vera identità. Questa conoscenza proviene dalle alte sfere dello spirito ed è solamente quando si ottiene la forma umana che si è in grado di comprenderla. D’altra parte, nessuno penserebbe di spiegare la matematica a un cane o a un gatto, figuriamoci concetti di metafisica. L’essere umano, privilegiato, non deve dunque sprecare le sue risorse esclusivamente nel preoccuparsi di nutrirsi, accoppiarsi, difendersi e trovare una buona sistemazione. Deve invece andare oltre ed intraprendere il percorso verso il risveglio.

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