Indagini sul mistero della morte – dai fantasmi alla reincarnazione.

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Indagini sul mistero della morte – Dai Fantasmi alla reincarnazione.

Nel precedente articolo, “un argomento scomodo”, abbiamo parlato dei fenomeni di premorte, in questa seconda parte invece cercheremo di indirizzare l’indagine avvalendoci delle conoscenze delle antiche culture.

Attualmente sono stati studiati più di sessantacinquemila casi di premorte in tutto il mondo, nonostante ciò, c’è ancora una forte predisposizione della comunità scientifica a parlarne poco.

Se si considera l’enorme numero di testimonianze di soggetti che hanno vissuto in prima persona queste esperienze, agli occhi della comunità scientifica dovrebbero diventare certamente più credibili, invece la scienza, oggigiorno, tende a escludere la trascendenza; così mi chiedo, la professione dello scienziato non dovrebbe essere proprio quella di indagare il mistero con mente aperta?

In tutte le grandi civiltà del passato, la morte è stata inglobata in un contesto culturale di non poca importanza, basti pensare alle cerimonie e ai riti dei defunti dell’antico Egitto.

Nella cultura egizia, come in tante altre, la morte non era vista negativamente, ma veniva considerata come una seconda rinascita: morire rappresentava solo il passaggio da uno stato esistenziale a un altro.

Gli antichi egizi utilizzavano un insieme di formule e di racconti per istruire e facilitare questa transizione.

Testi sacri come Il Libro egizio dei morti, oppure il libro tibetano dei morti (foto sotto), furono scritti proprio per offrire istruzioni dettagliate e direttive per il viaggio che aspettava coloro che lasciavano il corpo fisico. In queste antiche concezioni, che accomunano tante antiche culture come quella vedica, il pensiero comune è che dopo la morte si accede automaticamente a una vita ultraterrena, in ambienti ultraterreni illimitati, che si raggiungono in sintonia con il nostro stato di consapevolezza ed evoluzione spirituale.

L’obbiettivo principale di tali testi, era di aiutare la coscienza del morente ad andare verso uno stato di consapevolezza più alto, affinché potesse raggiungere i regni spirituali più elevati dell’universo.

Libro Tibetano dei Morti
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Il brano riportato di seguito è tratto dal libro tibetano Bardo Todhal, che tradotto significa “liberazione derivata dall’ascolto del piano dell’aldilà”.

Figlio di nobile famiglia,

ora il momento è giunto

per te di cercare il cammino.

Stai per esalare l’ultimo respiro.

Posto davanti alla Pura luminosità ora stai per entrarvi e

sperimentare nella sua realtà lo stato intermedio

dove ogni cosa è come un cielo sgombro e senza nuvole

e l’intelletto nudo e senza macchia si trova in una vacuità trasparente

senza centro né circonferenza.

In questo mondo, tu conoscerai te stesso e dimorerai in tale stato …

I maestri tibetani insegnano alla persona a focalizzare l’attenzione sull’essenza spirituale priva di forma che esiste al di là del corpo astrale, affinché possa superare il piano astrale per abbracciare l’essenza incorporea del puro spirito.

Anche nella tradizione egizia, prima di arrivare a questo piano ultraterreno, il defunto doveva dunque superare una serie di prove, ed è questo il compito del Libro dei Morti, chiamato anche Libro del ritorno nel giorno.

Facciamo un piccolo passo indietro.

Secondo la tradizione spirituale indo-vedica, l’essere umano è costituito da diversi involucri o piani esistenziali. Il corpo fisico costituisce la struttura più tangibile, costituita principalmente da atomi. Atomi che unendosi formano molecole, le molecole si uniscono per formare delle cellule, le cellule strutturano dei tessuti che a loro volta strutturano gli organi e gli apparati che formano il corpo fisico. Questa struttura biologica permette all’essere, che di fatto ha una natura trascendentale, di fare un’esperienza nella dimensione materiale.

Il corpo fisico, quindi, ci permette di entrare in contatto con il mondo materiale. Nel momento in cui si abbandona il corpo fisico, non è più possibile interagire in questo piano dell’esistenza. Ce ne sono degli altri a cui si può accedere, e le scritture vediche ci indicano non solo quali siano ma come fare per raggiungerli.

Può anche accadere che alcune anime disincarnate, persone che hanno lasciato il corpo in circostanze particolari, siano costrette a rimanere per un periodo in questa dimensione. Questo periodo può essere sofferente perché l’essere vive temporaneamente isolato dalle altre dimensioni. E’ esattamente la condizione in cui si trovano i fantasmi, che non sono altro che anime disincarnate che hanno assunto un aspetto specifico di energia vibratoria più sottile, che consente loro di soggiornare nella dimensione fisica però senza la possibilità di interagire con essa, quindi si trovano come bloccati in un limbo esistenziale.

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Numerose scritture in molte tradizioni, incluse quelle vediche, parlano della dipartita dell’anima dal corpo come di una migrazione simile a quella degli uccelli. Avviene nel momento in cui l’essere vivente, lasciando il corpo fisico a bordo e ancora prigioniero della propria struttura psichica (corpo emozionale-mente-intelletto-ego), abbandonando il piano materiale cambia dimensione e si trasforma in qualcos’altro, che in sanscrito viene indicato con la parola Preta.

Inizia così il viaggio dell’anima.

In questa nuova forma, costituita dal corpo sottile che appunto comprende vari livelli dimensionali, le anime fanno una serie di esperienze in uno stato di coscienza trascendentale extracorporeo. Ciò non significa che siano anime che hanno ottenuto lo stato di liberazione, esse rimangono comunque prigioniere della struttura sottile del corpo psichico chiamata Chitta, ed eventualmente dovranno incarnarsi nuovamente sul piano fisico fino a quando raggiungeranno la piena realizzazione spirituale.

Il concetto di cosa costituisca la realizzazione spirituale è egregiamente spiegato nei testi vedici, in particolare la Bhagavad Gita e lo Srimad-Bhagavatam.

Nella Bhagavad Gita, Krishna spiega che è proprio il livello di consapevolezza raggiunto in ogni incarnazione a determinare l’orientamento di questo viaggio. C’è chi ascende verso dimensioni della realtà superiori e c’è chi discende in dimensioni della materia più dense o buie. Attenzione, secondo la tradizione vedica, non è sempre garantito che la reincarnazione sia necessariamente nella forma umana. Ci si può reincarnare in animali, piante, insetti, oppure in DEVA o esseri celesti.

Nel prossimo capitolo parleremo dei Guna, ovvero quelle forze della natura che stabiliscono quale direzione prenderà la successiva reincarnazione.

BG 22. Proprio come un uomo depone i vecchi vestiti per indossarne di nuovi, così anche il Sé incarnato dismette i vecchi corpi per indossarne altri nuovi.

Similmente, nella tradizione che segue il filo Taoista-Macrobiotico (che per quanto mi riguarda sono un corpo unico), è spiegato che la vita non termina con la morta, ma ha una sua continuità.

Nel suo saggio di macrobiotica, Michio Kushi (vedi foto/libro sopra) spiega che quando si muore, l’anima può trasmigrare verso altri mondi o dimensioni, oppure restare sulla terra. Da cosa dipende? Se la persona morente ha ancora forti desideri terreni, poiché non è riuscita a realizzarsi oppure poiché prova ancora dell’attaccamento agli oggetti del mondo materiale, si reincarnerà di nuovo qui, su questo piano esistenziale. Kushi dunque, ma come i grandi maestri del passato, invita le persone a vivere una vita leggera, all’insegna del benessere, del rispetto reciproco, e ad abbandonare questa esperienza con leggerezza, quella stessa che impedirà alla nostra “anima” di restare vincolata alla Terra impedendole di andare verso mondi superiori.

Nell’antichità, i grandi maestri davano peso all’aspetto della spiritualità, al fine di costruire una società virtuosa e non competitiva, dove al centro vigeva la consapevolezza e non il potere economico. Nel Ramayana, antico testo della cultura Vedica, sono i cittadini stessi a pretendere che il loro governo sia gestito da un Re saggio, che basi la propria sovranità sulla spiritualità e non esaltando il potere politico/amministrativo. Un Re saggio e virtuoso, rifletterà un popolo altrettanto saggio e virtuoso.

Uomini e donne che non cercano di elevarsi spiritualmente, troveranno ogni modo per attaccarsi agli oggetti materiali, credendoli la loro unica realtà. Krishna invita Arjuna ad agire nel mondo, a partecipare ai doveri della sua società, ma di non attaccarsi mai ai frutti che essa genera. Dunque, il pensiero orientale dell’agire-non agire, è racchiuso in questo passo, dove noi ogni giorno siamo chiamati a fare la nostra parte nel mondo, ma restando liberi dall’attaccamento alle cose materiali, poiché tutto passa, niente è destinato a restare in eterno, ogni cosa, come spiegano i maestri taoisti, è in continuo mutamento. L’attaccamento agli oggetti materiali (soldi, casa, macchina etc.) e a quelli dei emozionali (persone, sensazioni, desideri, ricordi etc.), ha l’obiettivo di non farci scorgere l’altra metà della medaglia e vincolarci a ciò che bramiamo ardentemente. E l’altra metà della medaglia è un “mondo” illimitato liberi dal dolore e dall’ossessione per gli oggetti dei sensi (materiali/emozionali).

L’attaccamento genera un corpo di dolore che ci ancorerà di nuovo a questa Terra, in un ciclo di incarnazioni/reincarnazioni pressoché infinito. Dunque, la mistica o filosofia antica, viene in nostro aiuto, elevandoci, aiutandoci a indossare nuovi occhi con cui guardare alle nostre esperienze terrene.

Ricorda: Krishna, nella Bhagavad Gita, invita Arjuna a partecipare al teatrino del mondo, a compiere il proprio dovere (il suo era quello di combattere, sposarsi e adempiere ai doveri di uno Kshatriya), ma di prestare attenzione, e mai pensare che quella sia la sola e unica realtà; poiché, la nostra vera essenza, non ha mai avuto un inizio e mai avrà una fine. La morte è un evento relegato ai corpi, a mondi come questo che sono composti di materia/atomi, non alle dimensioni spirituali. E se ti stai ancora ponendo delle domande sulla vita, sul senso del distacco (che non significa essere senza cuore o insensibili etc.), forse non ti sei ancora accorto di ciò che ti ho appena esposto ricordandoti le parole di Krishna: Per l’anima non c’è né nascita né morte. Esiste e non cessa mai di esistere. Non nasce, non muore, è eterna, originale, non ebbe mai inizio e non avrà mai fine. Non muore quando il corpo muore.” (Bhagavad-gita, 2.20)

Scritto da Marco Valvo e Marcello Iori

 

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